Giugno 2019

L'Editoriale

Le recenti crisi legate alla migrazione interna e transnazionale hanno obbligato molti a riflettere su concetti come autoctono o estraneo. L’editoriale di giugno è dedicato alla contemplazione e all’apprezzamento di tali differenze. Lo scrittore curdo Behrouz Boochani ne è un chiaro esempio: considerato un estraneo sia in Iran, suo paese natale, sia nella non ancora raggiunta patria d’elezione, l’Australia, ha pubblicato, dall’isola di Manus dove è stato confinato, un’autobiografia premiata. Il film Long Day’s Journey into Night del regista cinese Bi Gan analizza una città di provincia di terzo livello per conoscerne a fondo i personaggi. In Austria, un’esibizione di opere realizzate da pazienti psichiatrici offre un caso studio sull’arte outsider — e permette di comprendere come l’estraneo può vedere la cultura del consenso. Queste finestre che si affacciano su ciò che appartiene ma anche su ciò che si desidera, ci ricordano che l’allontanamento, l’alienazione, può essere una questione letterale di vita e morte o, altre volte, una scelta estetica fatta per osservare la società in un modo nuovo.

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SCOPRIRE

Sciamani della Corea del Sud, praticanti antichi riti spirituali, in armonia con il mondo moderno

Lo sciamanismo è ancora vivo a Seoul, e non solo. Si calcola che circa 300.000 mudang/manshin (donne) e basku (uomini) — uno ogni 160 sud-coreani — lo pratica. La maggior parte sono donne, e sono dottrinalmente indipendenti; non condividono una teologia unica bensì canalizzano un gruppo eterogeneo di spiriti e divinità, da Gesù alla Vergine Maria, dal generale Douglas MacArthur al defunto Park Chung Hee, politico, generale e dittatore. Si nascosero e praticarono in clandestinità durante il governo coloniale giapponese, e negli anni successivi alla guerra coreana furono considerati truffatori, derisi e i loro tabernacoli vennero distrutti. Oggi, molti coreani scettici vedono lo sciamanismo come un elemento importante di una cultura antica che vale la pena preservare; e circa un decennio fa, il governo dichiarò gli sciamani rappresentanti del patrimonio culturale intangibile. I rituali sciamanici implicano l’uso di abiti cerimoniali, musica e ballo, e rappresentano il pluralismo dinamico della società coreana moderna, dove cristianesimo, buddismo e confucianesimo si mescolano senza alcun conflitto, e la nascita di Buddha così come il Natale sono entrambi giorni festivi nazionali. “Lo sciamanismo coreano rappresenta un interessante crogiuolo” spiega un professore di studi religiosi di Seoul. “Non respinge nulla, al contrario accoglie tutto, giungendo a compromessi eterni con altre religioni e cambiamenti sociali. Questo spiega il perché è sopravvissuto migliaia di anni”. Tende inoltre a entrare in armonia con le richieste e le gratificazioni del mondo materiale piuttosto che con l’aldilà, e questo lo rende una proposta allettante per coloro che cercano salute e benessere immediato. Quando le persone si ammalano o si imbattono in situazioni professionali o personali sfortunate, si rivolgono a uno sciamano che intercede per conto loro, accedendo a una dimensione che brulica di antenati e altre entità influenti. In numerosi riti legati ad eventi importanti o al calendario lunare, gli sciamani lavorano per richiedere protezione, abbondanza e pace; e rendono onore ai defunti e agli spiriti guida nell’aldilà. Inoltre, famosi mudang e basku danno consigli ai politici negli anni in cui si svolgono elezioni ed esorcizzano edifici pubblici liberandoli dagli spiriti maligni. Una riflessione più trasversale — e molto bella — sullo sciamanismo coreano può essere ritrovata nelle opere dell’artista multimediale Park Chan Kyong.

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ALLOGGIARE

Alloggi rustici per gli amanti dell’avventura in sperdute zone silvestri

Kolarbyn Eco Lodges sono rifugi forestali tradizionali svedesi ubicati in boschi con una fitta vegetazione a sole due ore da Stoccolma e accessibili con i mezzi pubblici. La foresta di Skinnskatteberg è composta da pini, abeti e betulle e abitata da alci, castori e lupi. Dodici piccole capanne, con il tetto ricoperto da un tappeto d’erba e decorate con grappoli di mirtilli e funghi, si nascondono tra gli alberi. “Un ospite le ha chiamate buchi nel fango” si legge sul sito di Kolarbyn, una pagina senza fronzoli e al tempo stesso perfetta. “Un altro le ha chiamate le case degli hobbit. Le capanne non possono parlare, quindi non sappiamo come preferiscano essere chiamate”. Le persone che lavoravano nella foresta e bruciavano carbone per produrre acciaio e ferro, esportato poi in tutto il mondo — la torre Eiffel venne costruita con acciaio svedese — vivevano in capanne simili. Nel dopoguerra questa pratica venne sostituita con metodi industriali. Nel 1996 vennero costruite queste tradizionali dodici capanne, un vincolo con il passato, e nel 2004 il sito aprì per accogliere i turisti desiderosi di vivere un’esperienza svedese antica e unica. Ogni capanna è dotata di una stufa a legna. Non c’è elettricità e nemmeno acqua corrente. Gli ospiti leggono alla luce delle candele e spaccano la propria legna da ardere. L’acqua è raccolta da una sorgente che si trova nei pressi delle capanne, mentre i pasti possono essere cucinati su uno dei tanti focolari. Dalla primavera all’autunno presso l’alloggio è possibile degustare una colazione organica a self-service. Le attività offerte includono ciclismo, trekking e relax in una sauna galleggiante che si trova sul lago; in inverno si scava un foro nel ghiaccio e viene aggiunta una scala, per permettere agli ospiti di tuffarsi nell’acqua ghiacciata. Infine, gli ospiti possono partecipare all’estrazione del ferro usando il carbone presso una delle tradizionali fornaci che si trovano nelle vicinanze.

 
LEGGERE

Un’intuizione cruciale nel vuoto angosciante di un profugo

Il poeta, giornalista e studioso curdo Behrouz Boochani, nato nel 1983 durante la guerra tra ba'athisti iracheni e gli estremisti iraniani, parla di se stesso definendosi un bambino della guerra. Mentre lavorava come corrispondente per i giornali di Teheran, studiò in segreto in dialetto curdo minacciato di estinzione e diresse una rivista curda, Werya . Quando la pubblicazione, nel 2013, venne interrotta, fu costretto alla clandestinità e fuggì dall’Iran. Mentre cercava di raggiungere l’Australia, la barca in cui Boochani stava navigando si capovolse, e lui rimase nell’oceano fino a quando una nave da carico britannica lo soccorse. Boochani e i profughi che si trovavano con lui furono trasferiti su un vascello australiano. Quattro giorni prima che la loro barca affondasse, tuttavia, il governo australiano aveva deciso che tutte le “boat people” richiedenti asilo sarebbero state alloggiate a tempo indeterminato sull’isola di Manus o su quella di Nauru. Gli scapoli vennero inviati sull’isola di Manus. No Friends but the Mountains la sua cruda biografia di una vita trascorsa in un limbo e in cattività, inizia qui, dove 400 uomini sono rinchiusi in un’area più piccola di un campo da calcio. Boochani assiste al collasso di uomini in preda alla disperazione e per colpa del caldo soffocante; sono come “pezzi di carne in una pentola a pressione”. Identifica gli altri prigionieri con dei soprannomi come Smiling Youth, Gentle Giant, Maysam the Whore — un uomo che recita la parte del pazzo, mettendo alla prova la pazienza delle guardie australiane —, Cow — un individuo che attende, apparentemente soddisfatto, in un luogo o un altro, per tutto il giorno, determinato nel fare la fila per i pasti, il bagno, fare telefonate, prendere sigarette o medicinali —, Prime Minister — un uomo con una dignità insita che è così umiliato dalle esperienze fatte sull’isola di Manus che accetta di tornare in Iran, dove sarà in grave pericolo. Boochani discute sul fatto che la vita a Manus si basa sulla kyriarchia, un termine che prende in prestito dalla teoria femminista per descrivere forme di oppressione che si intersecano e si intensificano l’una con l’altra. In Iran Boochani fu tentato di unirsi ai ribelli curdi armati, ma alla fine si astenne dal farlo, convinto che un’azione politica non violenta l’avrebbe allontanato dal conflitto. Sull’isola di Manus si chiede con pessimismo se il suo pacifismo non sia stato altro che un atto di codardia. No Friend but the Mountains è stato scritto in persiano come una serie di messaggi su WhatsApp, inviati clandestinamente all’avvocato e traduttore Moones Mansoubi, che lo ha formattato e inviato a Omid Tofighian, perché lo traducesse. Il libro ha ricevuto numerosi riconoscimenti, compreso il Victorian Prize for Literature, nel 2019 — il più importante premio letterario dell’Australia — tuttavia Boochani non ha potuto ricevere nessuno di questi premi personalmente.

 
ASCOLTARE

Una musica tradizionale salvata dall’estinzione

Lo sape è uno strumento tradizionale della Malesia — a due o quattro corde — ricavato da un unico tronco, intagliato e impreziosito da decorazioni. Il suono ipnotico di questo strumento può mandare in trance e anticamente, in Malesia, accompagnava riti di guarigione, fino a quanto la maggior parte della popolazione indigena si convertì al Cristianesimo. La popolarità dello sape andò in declino, ma alcuni musicisti hanno continuato a suonarlo. Tusau Padan è stato il primo musicista Sarawakian che ha fatto ascoltare il suono di questo strumento a un pubblico globale. Dalla sua morte, nel 2009, Matthew Ngau Jau ha onorato il suo lascito suonando lo sape a livello locale e all’estero, insegnando come suonarlo a una nuova generazione di musicisti, intagliando nuovi strumenti e trasformandolo nel portafortuna del World Rainforest Music Festival (l’immagine dello sape si trova su tutte le locandine del festival). Jau è un guardiano culturale, dichiarato Patrimonio vivente dal governo malese. In un’intervista con Al-Jazeera ha affermato che suonare lo sape “rende felici”. E questo piacere deriva in parte dal risorgere dello sape. Jau sta insegnando a tantissimi studenti e ha avuto modo di sperimentare, creando uno strumento elettrico, usando amplificatori e sostituendo le chiavi di legno con chiavi in metallo. In passato non era permesso alle donne toccare lo sape, ma le cose sono cambiate e nel 2016 una studentessa di Jau, Alena Murang — che iniziò a studiare con lui quando aveva sei anni — ha pubblicato il suo primo album, Flight.

 
VISITARE

Istituzioni artistiche, istituzioni psichiatriche e lo spazio che le unisce

Fino al 18 agosto il LENTOS Kunstmuseum Linz in Austria ospita un’inedita esposizione di ciò che potrebbe essere definito la quintessenza dell’arte outsider. EXTRAORDINAIRE!, un’esposizione che ha già visitato Germania e Svizzera, mostra la creatività dei pazienti degli istituti psichiatrici della Svizzera con opere realizzate a cavallo tra il XIX e il XX secolo. Tra il 2006 e il 2014 la Zürcher Hochschule der Künste ha finanziato un team di ricercatori che ha raccolto ed esaminato opere d’arte create in diciannove istituti tra il 1850 e il 1930; le opere esposte tuttavia appartengono a un periodo più breve. Il team ha creato una banca dati che contiene più di 5000 immagini, che sarà una risorsa permanente a disposizione del pubblico presso lo SIK-ISEA, l’istituto svizzero di studi d’arte. L’insolita esposizione, che presso il Kunstmuseum Linz è completata con opere provenienti da istituti austriaci, rivela le prospettive di artisti profani mentalmente instabili — o considerati tali. La “corretta” interpretazione di tali opere amatoriali è quella che tutti possiamo indovinare — isolamento, critica sociale, disperazione e gioia, tutto sembra plausibile in proporzioni diverse — tuttavia il grado di competenza tecnica è elevato; le rese estetiche, spesso misteriose, non sono accidentali. La curatrice, Brigitte Reutner, ha messo insieme un encomiabile sondaggio, permettendo a chi osserva di identificarsi con gli artisti attraverso le loro storie cliniche.

 
THE PARIS REVIEW

Ripercorrendo le creazioni maliziose di un eccentrico artista del Queens

“L’ambidestria estetica reale sembra rara ed evanescente, in particolare tra personaggi di alto livello”, scrive James Gibbons sul The Paris Review Daily osando affermare che “i progetti paralleli di un grande artista sembrano immancabilmente secondari e marginali”. Robert Seydel (1960-2011) è l’eccezione. I suoi testi e i suoi collage sono legati in modo indissolubile, finemente calibrati. Queste opere, trascurate nel corso della vita dell’artista, sono oggi state rivalutate grazie a tre deliziosi volumi pubblicati da Siglio Press e all’esibizione del 2015: “Robert Seydel: The Eye in Matter” presso il Queens Museum of Art a New York. Seydel ha dichiarato che la sua opera è “intimamente dimensionata e alla mano” e che il suo obiettivo è “scrivere arte… creare un’arte povera, utilizzando scarti”. Le sue appropriazioni e interpretazioni ludiche fanno uso di personaggi storici reali e personaggi fittizi. Spesso crea opere usando un alter ego, ne è un esempio emblematico Ruth Greisman, personaggio che vive nel Queens che si ispira all’omonima zia di Seydel. I diari e i collage di Greisman rivelano una consapevolezza intrepida e sui generis. Nell’immaginazione vivace di Seydel, Greisman era una cassiera di una banca, membro di Hadassah e sorella di Sol, un individuo traumatizzato. Aveva vissuto nei pressi della residenza dell’artista Joseph Cornell, al quale inviava per posta i suoi collage caserecci e i suoi modesti poemi scritti a macchina. Quindi la presenza di Cornell aleggia o brilla attraverso Greisman, la cui produzione è “scoperta” in mezzo al suo archivio — le opere di Seydel sfidano artisti come Jean Conner, Marcel Duchamp, Hannah Höch, Ray Johnson e Tom Phillips. “Inventerò chi sono, contro ciò che è”, scrive Greisman. “Il mio tempo e il mio nome: una mente del Queens”. L’opera di Seydel, suggerisce Gibbons, coniuga illustrazione e didascalia, invenzione e realtà, tranquilla e concreta.

 
ARCHITETTURA

Apoteosi della vita e dell’opera di un professionista e pioniere del design

Insegnante e teorico del design, Victor Papanek abbracciò l’uso di strumenti, oggetti e infrastrutture socialmente ed ecologicamente responsabili; detestava i prodotti di scarsa qualità e ostentosi. Nato a Vienna nel 1923, fuggì dalla Anschluss nel 1939 e cercò rifugio negli Stati Uniti, dove studiò presso la Cooper Union e il MIT, fece un apprendistato con Frank Lloyd Wright presso la Taliesin West in Arizona e trovò un alleato in Buckminster Fuller, che scrisse la prefazione del libro Design for the Real World: Human Ecology and Social Change, pubblicato da Papenek nel 1971. “Il design più recente ha soddisfatto solo desideri e necessità effimeri”, scrive Papanek, “mentre le necessità autentiche di una persona sono state spesso trascurate dai designer”. Il libro, estremamente critico sulle tendenze contemporanee, ebbe grande successo e fu tradotto in ventitré lingue. Nel corso della carriera Papanek ha cercato di mettere in pratica un design socialmente responsabile, collaborando con l’UNESCO, con l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), dedicando tempo e competenza al volontariato per aiutare i paesi in via di sviluppo e le comunità più povere. Il suo interesse per l’antropologia l’ha portato a vivere per diversi anni con Navajo, Inuit e Balinesi. Papanek, le cui opere recentemente sono state oggetto di una retrospettiva presso il Vitra Design Museum, ha prodotto le proprie innovazioni di design, in particolare una serie di “living cube”, moduli multifunzionali che permettono all’utente di lavorare, rilassarsi e dormire — occasionalmente nello stesso spazio adattabile — il “living cube”, economico e versatile, è oggi una forma classica con la quale hanno giocato dilettanti e luminari. Papanek, insieme a James Hennessey, ha scritto anche Nomadic Furniture I (1973), Nomadic Furniture II (1974) e How Things Don’t Work (1977). Mentre sono opere sue Design For Human Scale (1983) e The Green Imperative (1995). “Viviamo in un mondo di affitti annuali, mode trimestrali e lavori che possono portare a più traslochi all’anno”, scrive Papanek in Nomadic Furniture II. “Nella nostra società molte cose sono sbagliate e cercare rifugio in oggetti che brillano è un pretesto”.

 
CINEMA

Un viaggio inebriante ed entusiasmante attraverso ricordi persistenti e sogni suggestivi

Long Days Journey into Night, il secondo film del giovane regista cinese Bi Gan, è una pellicola con molte biforcazioni, la prima delle quali lo spettatore la trova nel titolo: in inglese sembra fare riferimento all’omonima opera di Eugene O’Neill, mentre in cinese si ispira al racconto di Roberto Bolaño “Últimos atardeceres en la tierra”. Nelle interviste, Bi ha negato che il film abbia a che fare con le opere citate, tuttavia si riallaccia a entrambe: la madre di O’Neill, inaffidabile, con dipendenza da sostanze corrisponde al nefasto timore di Bolaño nel creare un mutevole neo-noir il cui nucleo è una storia di amore bizzarra e volubile. Il protagonista del film, Luo Hongwu, torna nella città di Kaili — che è anche la città natale Bi, il cui dialetto i protagonisti hanno coraggiosamente imparato per recitare nel film — per assistere al funerale del padre. Luo spera di ricongiungersi con una donna, Wen Qiwen, con la quale ha avuto una relazione breve e appassionata in passato. La ricerca non lo porta a un incontro felice, né a un’inevitabile tragedia, bensì in una dimensione totalmente differente. Questa è la seconda biforcazione di Bi. Il film si divide in due parti, la prima sono i ricordi mentre la seconda — che si presenta nel momento in cui Luo sta per trovare Wen — è un sogno, reso con una ripresa unica in 3D di 59 minuti. Il virtuosismo tecnico è grandiosamente eclissato dall’ipnotica liricità di questa parte, che l’autorità enciclopedica di Bi per quanto riguarda letteratura e storia del cinema e dell’arte ha dotato di discreti e al tempo stesso pregnanti tocchi simbolici; dal Minotauro con il suo labirinto, all’estatico tributo nella sequenza finale (estremamente lunga) a Nostalghia, di Andrei Tarkovsky. Luo e Wen sono personaggi marginali di una città che si trova ai margini. La vita di lui è piena di mistero, sfortuna e loschi rapporti, mentre lei, figura proteiforme del demi-monde, è stata la donna di un criminale e ha vissuto la dura vita della ballerina. È giusto quindi che il film termini con un sogno incredibile, un sogno che per Bi cristallizza le ambigue relazioni di potere del mondo reale, dove noi tutti, pur sentendoci stranamente a nostro agio, ci sentiamo estremamente estranei.

‘Too long a sacrifice / Can make a stone of the heart.’

William Butler Yeats